Il livello di istruzione medio, in Italia, è più basso rispetto alla media europea.
Perché?
Anni di scelte economico-politiche poco incisive e, in alcuni casi, persino dannose, unite ad una situazione sociale controversa dove non vincono la meritocrazia e la crescita, ma la demogagia, minano l’istruzione dei nostri giovani e il destino del Paese.
Livelli di istruzione e formazione
In Italia, solo il 31,6% degli adulti (25-34 anni) ha una laurea, contro il 44,1% nell’Unione Europea.
La stessa situazione si ripresenta per il diploma superiore, dove l’Italia è sotto la media europea (62,9% contro il 79% UE27).
Inoltre, secondo l’indagine sulla formazione degli adulti condotta da ISTAT, solamente il 35% degli adulti ha partecipato ad attività di istruzione o formazione (formale o non formale). Tale media è più bassa di quasi undici punti percentuali rispetto alla media europea, in particolar modo per quanto riguarda la percentuale della partecipazione formale, essa risulta essere molto bassa (4%, contro il 6,3% UE27).
Secondo da questionari proposti e analizzati, i campioni indicano come principali ostacoli:
- Mancanza di interesse;
- Eccessivo costo.
L’istruzione e la formazione, dunque, sono un qualcosa di sempre più elitario.
Scelte politiche
Nella spesa pubblica, l’istruzione pesa circa il 4,9%. Un dato che lascia con l’amaro in bocca confrontandolo con le spese di protezione sociale, che occupano circa il 21%. Pensioni anticipate, pensioni d’oro e vitalizi e sussidi parlamentari pesano sulla collettività…e la situazione non è destinata assolutamente a migliorare, visto l’invecchiamento demografico del Paese. Come se non bastasse, l’UE sta spingendo i Paesi Membri a un ingente investimento sulle spese militari, ignorando i bisogni dei Popoli e degli Stati Sovrani. Risulta dunque necessario smettere di adottare politiche medio-terminali volte non all’efficienza, bensì al mero opportunismo.
Il primo passo: la lotta al precariato
La qualità della formazione e dell’istruzione ha come attore principale l’insegnante. La carriera di questa figura è, di suo, molto movimentata… triennale, magistrale, abilitazione e concorso. Dopo anni di peripezie e cambiamenti di sede, forse si riesce a trovare un impiego stabile e soddisfacente.
Nel limbo prima dell’impiego stabile c’è il precariato, anni di contratti a termine o supplenze temporanee, con nessuna garanzia di continuità (né per il docente, né per i discenti). In Italia, un insegnante su quattro è precario, statistica ancora più preoccupante se si guarda il sostegno: quasi il 60% sono precari.
Bisogna lottare urgentemente contro questo sistema distruttivo:
- Aumentando i concorsi;
- Riducendo l’uso dei contratti a termine ripetuti per gli stessi docenti;
- Prevedendo percorsi formativi e abilitanti per i precari, con accesso in ruolo dopo un certo numero di anni di servizio;
- Pianificare a lungo termine il fabbisogno di insegnanti per materie e territori;
- Offrire benefici e incentivi per chi accetta di insegnare in zone a bassa domanda.
Perché non lo fanno? Un precario costa di meno. Tuttavia, investire nel domani della Nazione, conseguentemente dello Stato, non ha prezzo.
articolo di: Raffaeke K. Pandozzi
Fonti: UPB, EUROSTAT, ORA, ISTAT






